Corso di formazione sull’Europrogettazione presso l’Ordine degli Ingegneri

Roma. Un importante corso di formazione sull’Europrogettazione si è tenuto a novembre 2016 presso la prestigiosa sede dell’Ordine degli Ingegneri di Roma. La proposta formativa, composta da quattro workshops e caratterizzata da una metodologia didattica che ha alternato momenti in plenaria a laboratori di gruppo, si prefiggeva l’obiettivo di migliorare le competenze dei corsisti nell’interagire con efficacia nella fase di identificazione e definizione di massima di progetti europei.

In realtà questo ha rappresentato il primo step del percorso formativo composto da tre corsi sequenziali, ma indipendenti l’uno dall’altro, in cui la progettazione europea sarà analizzata nelle sue fasi principali identificate dall’approccio metodologico del Project Cycle Managment (PCM). Con l’inizio del nuovo anno si darà seguito con il secondo modulo all’approfondimento della Programmazione Europea 2014-2020 e delle tecniche per una formulazione progettuale di qualità in risposta alle opportunità di finanziamenti europei diretti e indiretti. A completare il ciclo nella primavera 2017 sarà organizzato il terzo corso che affronterà la fase di implementazione di progetto, con la sua corretta gestione in termini di pianificazione e monitoraggio, anche degli aspetti amministrativi, ed elementi di valutazione di progetto da parte dell’ente finanziatore.

I docenti di questo primo modulo sono stati gli ingegneri Alessio Di Carlo e Paolo Squillace, entrambi con alte competenze nel settore e pluriennale esperienza nel campo della progettazione e della formazione, nonché membri della “Commissione dell’Ingegnere per il No Profit” dell’Ordine dell’Ingegneri di Roma, prima del suo genere in Italia e promotrice di questo percorso formativo sull’Europrogettazione.

In questo primo ciclo di lezioni, denominato “Europrogettazione: Identificazione partecipata e definizione di un progetto europeo”, dopo un breve quanto fondamentale excursus sulle principali cause di fallimento dei progetti, ci si è focalizzati sulla fase di identificazione progettuale: partendo dall’interesse per una determinata situazione problematica è stata evidenziata l’importanza di condurre un’approfondita analisi del territorio e dei suoi stakeholders, con riferimento specifico alla metodologia Goal Oriented Project Planning (GOPP), consigliata dalla Commissione Europea. Il GOPP, oltre a potenziare l’approccio ingegneristico dato dal coinvolgimento di molteplici ed eterogenei attori e dalla valorizzazione dei relativi differenti punti di vista, rappresenta una metodologia partecipativa che facilita l’individuazione di obiettivi condivisi e di strategie comuni per poterli raggiungere gettando le basi per una programmazione di sviluppo.

Il passaggio successivo è stato l’introduzione e l’analisi del Logical Framework Approach (LFA) alla base della progettazione europea, il quale è strettamente in linea alla logica del metodo GOPP. Infatti se il processo è avvenuto in modo corretto, trasferire i contenuti della logica di intervento individuata attraverso l’identificazione partecipata all’interno del Quadro Logico, il modello standard di definizione e presentazione di un progetto europeo, diventa molto più semplice, così come l’ulteriore definizione del progetto di massima con la formulazione degli indicatori che quantificano i benefici sperati, le relative fonti di verifica e le condizioni esterne scaturite da una attenta analisi dei rischi del progetto e del contesto in cui verrà implementato.

Il percorso formativo si è poi concluso con un accenno alla fondamentale tematica delle opportunità di finanziamento. Solo dopo la definizione del progetto di massima che risponde a problemi reali apportando i benefici desiderati per una migliorata condizione futura, è possibile effetuare una ricerca mirata tra le innumerevoli possibilità che l’Unione Europea offre sulla base della sua variegata programmazione. In questo modo, oltre ad aumentare la qualità progettuale, si potrà adattare al meglio il progetto alle opportunità maggiormente in linea con esso e pertanto incrementare le possibilità di accesso ai finanziamenti.

Sarà a partire da questo punto nevralgico che prenderà quindi l’avvio il secondo modulo “La programmazione europea e la formulazione progettuale”, il quale sarà in brevi tempi seguito dal terzo ed ultimo “Europroject Management and Evaluation” nel quale si affronteranno le tematiche proprie della fase di implementazione progettuale con la quale si chiude il ciclo di progetto.

Dato il buon successo del corso, non solo a livello di numero di corsisti, ma soprattutto del grande interesse e partecipazione attiva da loro dimostrati, ci auguriamo di poterlo replicare magari il prossimo anno con una seconda edizione che riscuota almeno altrettanto entusiasmo.

Europrogettazione: Identificazione partecipata e definizione di un progetto europeo

Il corso di formazione, composto da n. 4 workshops della durata di n. 5 ore ciascuno, ha l’obiettivo di migliorare le competenze dei discenti nell’interagire con efficacia con i progetti europei. In particolare, questo rappresenta il primo di tre corsi sequenziali, ma indipendenti l’uno dall’altro, in cui la progettazione europea sarà analizzata nelle sue fasi principali identificate dall’approccio metodologico del Project Cycle Managment (PCM).

 

vai al link Link

IL MONDO NO-PROFIT

Il mondo no-profit è un grande, crescente, ed importantissimo complesso di istituzioni, che condividono sia obiettivi socialmente rilevanti e di pubblica utilità, che un approccio “senza scopi di lucro”: tutte le risorse disponibili sono, quindi, impiegate per raggiungere gli scopi, e non per generare dei profitti.  Dato che, in molti casi, il mondo no-profit integra il settore dei servizi sociali ed assistenziali, o addirittura ne riempie dei vuoti, un suo sinonimo largamente utilizzato è “terzo settore”, in quanto costituisce una terza via economica, che si aggiunge allo stato ed al mercato: i soggetti no-profit sono, difatti, organizzazioni private, che però si concentrano sulla produzione di beni o sull’erogazione di servizi rivolti alla collettività.

Il Terzo Settore comprende, quindi, organizzazioni diverse, che, comunque, sono tutte rivolte all’erogazione di servizi od alla produzione di beni, ed a cui, quindi, la professionalità degli Ingegneri, nelle sue varie specializzazioni, può dare un importante contributo: essendo poi il Terzo Settore un mondo in continua crescita,  può senz’altro costituire per gli Ingegneri, a sua volta, una importante opportunità di lavoro.

Il mondo del no-profit è oggi in Italia, difatti, una realtà di straordinaria importanza, che conta un volume di denaro superiore a 67 Miliardi di Euro, pari ad oltre il 4% del PIL. Secondo i primi risultati del 9° Censimento dell’Industria e dei Servizi e Censimento delle Istituzioni Non Profit, pubblicati dall’ISTAT nel luglio 2013, le istituzioni non profit attive in Italia sono ben 301.191, con una crescita pari al 28 per cento rispetto al decennio precedente, e rappresentano il 6,4 per cento delle unità giuridico-economiche attive in Italia. Gli imponenti numeri delle risorse umane impiegate raggiungono quasi i 5 milioni di volontari ed il milione di lavoratori retribuiti a vario titolo, inclusi 681 mila dipendenti, 271 mila lavoratori esterni (lavoratori con contratto di collaborazione) e più di 5 mila lavoratori temporanei. Da un punto di vista puramente numerico, circa ¼ della forza lavoro totale occupata opera quindi nel mondo no-profit. Tutti i valori relativi al  mondo no-profit sono in crescita, come sintetizzato in Figura 1, sempre di fonte ISTAT.

 

Fig.1 – Andamento delle istituzioni non profit e delle risorse umane impiegate – Censimento 2011 – Variazione percentuale 2011/2001(Fonte: ISTAT)

 

Nel Lazio,  le Istituzioni No-Profit rilevate sono pari al 7,9% del totale nazionale, con un incremento superiore alla media nazionale. Il Terzo Settore impiega a livello regionale 514.377 risorse umane di cui 82.391 addetti, 40.292 lavoratori esterni, 446 lavoratori temporanei e 391.248 volontari. Cultura, sport e ricreazione risulta essere, come a livello nazionale, anche nel Lazio il primo settore di attività del Non Profit (59% del totale regionale), mentre il secondo settore di attività prevalente è quello dell’Assistenza Sociale e Protezione Civile, con 2.044 istituzioni,  che rappresentano il 8,6% del totale, e che impiegano il 25% degli addetti (20.646); a questi seguono, molto distanziati, gli altri settori.

Il quadro di riferimento normativo del mondo no-profit è piuttosto articolato, in quanto comprende sia tipologie organizzative, regolate nel Codice Civile, che tipologie giuridiche, regolate per legge, che dal punto di vista organizzativo fanno comunque riferimento alle precedenti:  alcune tipologie possono, a loro volta, ottenere “qualifiche”, sempre regolate per legge, sia civilistiche, come l’Impresa Sociale, che fiscali, come le ONLUS.

Le principali tipologie organizzative sono le Associazioni, i Comitati, e le Fondazioni.

Le principali tipologie giuridiche sono le Associazioni di Promozione Sociale, le Cooperative Sociali, le Organizzazioni di Volontariato, le Organizzazioni Non Governative, e le Società di Mutuo Soccorso, a cui si possono, infine, aggiungere le Associazioni Sportive Dilettantistiche, e gli Enti Ecclesiastici.

La qualifica civilistica di Impresa Sociale corrisponde a tutte quelle imprese private, incluse le cooperative, che operano in modo competitivo sul mercato, avendo però come oggetto la produzione e lo scambio di beni e servizi di utilità sociale e di interesse generale.

L’ottenimento della qualifica di ONLUS (Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale), garantisce alle istituzioni no-profit vantaggi fiscali (es possibilità di utilizzare aliquote IVA ridotte). Esistono sia le “ONLUS di diritto”, quali le Organizzazioni di Volontariato, le Organizzazioni Non Governative, le Cooperative Sociali ed i loro Consorzi, che le “ONLUS per scelta”, quali tutte quelle Associazioni, quei Comitati, quelle Società Cooperative ed altri Enti di carattere privato, con o senza personalità giuridica ma comunque senza fini di lucro, che, avendo le caratteristiche previste nella legge, si iscrivano all’apposita Anagrafe, ed anche le “ONLUS parziali”, quali gli Enti Ecclesiastici e le Associazioni di Promozione Sociale. Non possono diventare ONLUS gli enti pubblici, le società commerciali diverse da quelle cooperative, le fondazioni bancarie, i partiti e i movimenti politici, le organizzazioni sindacali, le associazioni di datori di lavoro, le associazioni di categoria e gli enti non residenti in Italia. Tutte le ONLUS devono comunque svolgere almeno una delle seguenti attività: assistenza sociale e socio sanitaria, assistenza sanitaria, beneficenza, istruzione, formazione, sport dilettantistico, tutela, promozione e valorizzazione delle cose di interesse artistico e storico, tutela e valorizzazione dell’ambiente, promozione della cultura e dell’arte, tutela dei diritti civili, ricerca scientifica di particolare interesse sociale.

Per il mondo no-profit la ricerca e l’ottenimento di finanziamenti o “fund raising” è di importanza vitale: i possibili finanziatori possono essere sia pubblici, che privati, e questi ultimi, a loro volta, possono includere sia le imprese, le fondazioni, le banche e le associazioni che i privati cittadini.

I finanziamenti pubblici provengono in gran parte dalla Commissione Europea, e sono soprattutto gestiti dalle Regioni: anche nei casi migliori, tuttavia, si tratta di “contributi” o “cofinanziamenti”, per cui il mondo no-profit si deve comunque necessariamente rivolgere anche a finanziatori privati.

I finanziamenti privati avvengono soprattutto nella forma di donazioni, sponsorizzazioni, o, nel caso di grandi imprese e banche, con l’istituzione di fondazioni: di particolare importanza, tanto da richiedere azioni promozionali specifiche, è poi il fenomeno “5 per 1000” dell’IRPEF. Mentre i finanziatori del mondo “profit” si aspettano ritorni economici diretti dai loro capitali investiti, ma possono benissimo non condividerne le “mission”, in quanto possono limitarsi a considerarne solo i vantaggi finanziari, i finanziatori del mondo no-profit, in modo assolutamente complementare, ne condividono necessariamente le “mission”, ma non si possono aspettare ritorni economici diretti. Le imprese finanziatrici del no-profit solitamente si aspettano, tuttavia, importanti ritorni indiretti, grazie al miglioramento dell’immagine, mentre i privati cittadini si aspettano, solitamente, ritorni sugli aspetti immateriali del “sentirsi bene”.

Tutti i finanziatori del mondo no-profit, siano essi pubblici o privati, organizzazioni o singole persone, fanno comunque delle scelte rispetto alle istituzioni da finanziare, che possono essere anche esclusive, per cui è indispensabile indirizzare il mondo dei possibili finanziatori con specifiche azioni di Marketing: le tecniche commerciali, tuttavia, salvo la loro specializzazione, sono le stesse del Mondo Profit.

In generale, le Tecniche Gestionali, dal Marketing al Business Development, dal Project Management alla Pianificazione ed al Controllo di Gestione, sono, nel mondo no-profit, le stesse del mondo profit. Vista poi la crescente importanza, anche in controtendenza, del mondo no-profit, le tecniche gestionali andrebbero qui introdotte ed applicate sempre più estensivamente, mettendo così a disposizione dei due mondi la reciproca utilità di scambiare delle opportunità di lavoro con una maggiore efficienza delle organizzazioni.

Già nel milletrecento, peraltro, la Scuola Francescana diffondeva questo pensiero: “L’elemosina aiuta a sopravvivere, ma non a vivere; perché vivere è produrre, e l’elemosina non aiuta a produrre“.

STARTUP DI UN’ORGANIZZAZIONE NO PROFIT

 

In Italia uno dei settori in costante crescita è il cosiddetto “terzo settore” cioè “quell’insieme di attività produttive che non rientrano né nella sfera dell’impresa capitalistica tradizionale (poiché non ricercano un profitto), né in quella delle ordinarie amministrazioni pubbliche (in quanto si tratta di attività di proprietà privata)”.

Questo fenomeno ha interessato anche la provincia di Roma che ha visto crescere dal 2001 al 2011 del 31,8% (da 12.538 a16.525) le istituzioni del non profit, del 29,3% (da 59.112 a 76.406) il numero di addetti e del 187,8% (da 105.060 a 302.350) il numero di volontari.

Il dato di crescita del volontariato ci ha indotto a riflettere sulla possibilità di suggerire a tanti giovani ingegneri, che magari già svolgono attività di volontariato presso associazioni non profit, di valorizzare questa loro passione civica immaginando di trasformarla, a maggior ragione in questo momento di crisi occupazionale, in una vera e propria opportunità di lavoro.

Ci vengono in mente tanti settori in cui un ingegnere può dare un valido contributo professionale. Il sociale, l’ambiente, i beni culturali sono solo alcuni degli ambiti dove operano le organizzazioni del terzo settore e dove sicuramente gli ingegneri potrebbero trovare uno sbocco professionale oltre che di volontariato.

Ma la cosa che reputiamo molto interessante per un giovane ingegnere animato dalla passione per un qualsiasi tema sociale è l’opportunità di fare della propria passione un’impresa di tipo sociale.

Deve essere chiaro che il punto di partenza è la passione per il tema sul quale si vuole scommettere per il proprio futuro, tutto il resto diventa una naturale conseguenza delle proprie capacità imprenditoriale e professionali.

E’ evidente che non ci s’improvvisa imprenditori, ma la buona capacità di analisi e risoluzione dei problemi e di management degli ingegneri, li colloca in una posizione di vantaggio rispetto ad altre professionalità.

 

Infatti non è sufficiente innamorarsi di un’idea per fare un’impresa ma è indispensabile partire da un’accurata verifica di fattibilità dell’idea stessa e dalla costruzione di un  business plan che sintetizzi i contenuti e le caratteristiche del progetto imprenditoriale. Un vero e proprio progetto che conterrà tutte le informazioni utili a comprendere il funzionamento dell’impresa: le analisi di mercato, i costi e i ricavi ipotizzati, i rischi e le opportunità  etc.

L’unione europea, lo stato e le regioni periodicamente mettono a bando delle iniziative per il finanziamento di start up d’impresa anche nel settore sociale. Inoltre per le imprese di nuova costituzione e per quelle formate da giovani esistono diverse agevolazioni di tipo fiscale.

Per entrare nel concreto di come possa nascere un’idea imprenditoriale nel campo del sociale, si può, per esempio, partire da alcune considerazioni di tipo demografico.

E’ noto che l’invecchiamento della popolazione, conseguenza della scarsa natalità e dell’allungamento della vita media, determinerà in un futuro non molto lontano un aumento esponenziale della domanda di servizi di tipo socio-assistenziale e sanitario per le persone anziane. Le famiglie e lo Stato potrebbero non riuscire a garantire il livello minimo di assistenza. Quindi sarà molto probabile che la domanda dovrà essere soddisfatta facendo ricorso a nuove forme di assistenza. In questo scenario possono svilupparsi diverse idee imprenditoriali in tanti settori che oggi non sembrano magari interessanti, per esempio nel settore della domotica, oppure della sicurezza, dell’assistenza sanitaria a distanza, etc.

Molti altri settori possono far nascere altrettante idee, che possono dare vita a delle start up innovative e generare valore non solo economico ma anche sociale.

In conclusione riteniamo che, il venir meno delle risorse pubbliche per il welfare debba trasformarsi in un’opportunità di innovazione e di sviluppo, che possa impiegare al meglio le risorse umane ed intellettuali del nostro paese che oggi sono costrette ad emigrare per poter vedere realizzato il loro progetto di vita professionale.

Esperienza Personale membro della Commissione

La mia esperienza imprenditoriale nel campo del no profit nasce dalla necessità di reinterpretare la mia vita professionale  dopo la chiusura della mia azienda dovuta alla crisi economica di questi ultimi anni.

Con alcuni amici e colleghi che avevano lavorato nel settore dei servizi socio-assistenziali e che si trovavano nella mia stessa condizione, in virtù di attitudini e storie personali affini e della convinzione che i “servizi alla persona” offrissero ampi spazi di sviluppo rispetto a settori tradizionali come la consulenza, la progettazione ed altri, abbiamo deciso di avviare una impresa che si occupasse di assistenza agli anziani.

Il primo passo è stato quello di progettare l’impresa, ovvero redigere il business plan dell’azienda, individuare il fabbisogno finanziario, individuare i finanziatori e definire la forma societaria più idonea.

 

Dopo alcuni infruttuosi tentativi di trovare finanziamenti presso alcuni istituti di credito, abbiamo deciso di autofinanziarci e di costituire, nel dicembre 2012, una cooperativa sociale onlus.

Le principali attività che abbiamo messo in cantiere, propedeutiche all’avvio concreto della fornitura di servizi, si possono riassumere come segue:

  • definizione dell’organizzazione e delle responsabilità dei soci fondatori
  • definizione e concreto avvio del piano di marketing
  • selezione di consulenti affidabili nei vari settori, fiscale, legale, lavoro etc
  • ricerca e selezione del personale (infermieri, fisioterapisti, OSS, ausiliari etc)
  • avvio delle pratiche burocratico-autorizzative per la costituzione della cooperativa e per l’esercizio della attività imprenditoriale.

 

I due anni dalla costituzione non sono stati ancora sufficienti per consolidare la presenza della cooperativa nel mercato romano e assicurare quindi la copertura dei costi generali, e ad oggi valutiamo in un periodo di ancora due anni il tempo necessario per cominciare a recuperare gli investimenti fatti.

Il mercato dell’assistenza agli anziani è in espansione a causa dell’invecchiamento della popolazione e del cambiamento della struttura delle famiglie e questo ci fa ben sperare per il futuro.

Possiamo, sulla base dell’esperienza maturata, fare alcune considerazioni per aiutare chi ha in mente di iniziare un percorso simile al nostro, ad avere consapevolezza dei rischi maggiori che minano il successo di un’iniziativa imprenditoriale. I principali aspetti a cui prestare attenzione sono quindi:

  • Tempi di penetrazione del mercato, talvolta inaspettatamente lunghi
  • Barriere di ingresso ed importanza delle relazioni
  • Pianificazione di dettaglio delle attività di marketing
  • I vincoli derivanti dagli aspetti legali legati alla contrattazione nazionale
  • Gli aspetti burocratici e gli adempimenti fiscali

 

In conclusione, prima di intraprendere un’attività di questo tipo bisogna aver valutato bene le proprie attitudini imprenditoriali, le caratteristiche del settore sul quale investire e avere una strategia chiara di penetrazione del mercato, altrimenti si rischia il fallimento dell’iniziativa.

LAVORARE NEL NO PROFIT

 

Il settore del No Profit è uno dei pochi che negli ultimi dieci anni ha avuto una forte crescita, sia a livello di organizzazioni che a livello di lavoratori retribuiti a vario titolo. Per questo motivo chi vuole cogliere le sempre più crescenti opportunità offerte da questo settore, prima di tutto si pone la domanda: “come si fa a lavorare nel no profit? “. Bisogna, purtroppo riconoscere, che le organizzazioni di questo settore rispondono difficilmente alle candidature spontanee e perciò, seppur all’interno di un settore vivo ed in costante crescita, risultano spesso chiuse da questo punto di vista.

 

In questo articolo vogliamo proporre delle Linee Guida che saranno utili agli ingegneri che vogliono lavorare nel Terzo Settore e portare alle organizzazioni che ne fanno parte il loro importante contributo.

 

Cominciamo con il delineare quali sono le posizioni per cui ci si può proporre con maggiore efficacia, per poi passare ad elencare i canali in uso per entrare in contatto con le organizzazioni.

Le posizioni per le quali proporsi, e che usualmente sono ricoperte da personale specializzato in altre discipline, per scarsa consapevolezza delle stesse organizzazioni sulle specifiche valenze necessarie a tali ruoli, sono quelle che richiedono competenze quali: capacità organizzative e visione di progetto, caratteristiche proprie della formazione ingegneristica. Il curriculum vitae ed i colloqui da sostenere vanno perciò indirizzati e focalizzati su questi aspetti e ritagliati principalmente ai ruoli manageriali evidenziando tra le esperienze maturate e le competenze acquisite gli aspetti gestionali.

Chiaramente è anche possibile lavorare nell’ambito più prettamente tecnico, quando l’organizzazione no profit ha un’esigenza specifica e manifesta, e proporsi specificamente per questo, ma più in risposta ad una ricerca mirata che come presentazione di una candidatura spontanea.

 

E’ necessario tenere sempre a mente, sia nella preparazione del Curriculum che nella presentazione e tanto più in sede di colloquio, che lavorare in questo settore significa lavorare per il cambiamento sociale e promuovere valori forti, non basta solo essere ‘buoni professionisti’. È importante che le persone siano in grado di portare nelle organizzazioni nuove abilità, idee, innovazioni, cambiamenti e che riflettano nei comportamenti quotidiani i valori che l’organizzazione proclama all’esterno.

 

Per chi si trova alla prima esperienza, è buona prassi sfruttare le occasioni di servizio volontario o stage offerti dalle grandi organizzazioni. Esiste anche la possibilità di partecipare al programma ‘Erasmus +’ (o Erasmus Plus) che è il programma dell’Unione Europea, valido dal 2014 al 2020, dedicato all’istruzione, alla formazione, alla gioventù e allo sport e aperto a tutti i cittadini europei. Nei sette progetti contenuti vi è “Gioventù in Azione” che comprende il Servizio Volontario Europeo (EVS).

 

Per chi ha già maturato esperienze, di sicuro interesse è la Corporate Social Responsibility (CSR), funzione  presente in tutte le grandi organizzazioni, anche nel mondo “for Profit”.

 

Gli approcci per stabilire un contatto con il Terzo Settore sono simili a quelli che si intraprendono nel mondo profit, e cioè rivolgersi ad una rete di conoscenze tramite il cosiddetto ‘passaparola’, oppure ricercando le organizzazioni direttamente e proporsi spontaneamente., Se non si ha a disposizione alcun contatto diretto con organizzazioni No Profit, è assolutamente conveniente iniziare con attività di volontariato, presso organizzazioni di proprio interesse o di vicinanza, o ancora collaborando con conoscenti che prestano la loro opera in associazioni, cooperative o altre organizzazioni, per iniziare a  costruire una rete di contatti, farsi conoscere e cominciare a costruire quell’esperienza di settore che è fondamentale per una fruttuoso percorso di crescita in tale ambito. L’obiettivo è inoltre quello di costruire le relazioni ‘giuste’, poter dare referenze e realizzare una strategia di ingresso professionale.

 

L’altra possibilità è attingere all’elenco delle organizzazione del Terzo Settore attraverso i Registri Regionali dove sono presenti le cooperative sociali, le Associazioni di Promozione Sociale (APS) e le Organizzazioni di Volontariato (ODV). Inoltre, accedendo direttamente al sito dell’Agenzia delle Entrate, è possibile reperire  l’elenco degli enti ammessi per la destinazione del 5 per mille, che comprende una larga maggioranza di enti No Profit.

Infine, possiamo suggerire di affidarsi anche ai motori di ricerca del web, per individuare le associazioni che possono essere preferite, scegliendo come parola chiave “no profit”, abbinata ad uno specifico settore di proprio interesse quale: “ambiente”, “cultura”, “sociale”, ecc.

Riportiamo ancora di seguito ulteriori associazioni di interesse rilevante ai fini della ricerca di contatti:

Il COCIS (che sta per Coordinamento delle Organizzazioni non governative per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo) associa organizzazioni non governative laiche e progressiste. Mentre LINK 2007 è un’ associazione di coordinamento consortile che raggruppa 9 tra le più importanti Organizzazioni Non Governative italiane.

 

ASSIFERO è l’ Associazione Italiana Fondazioni ed Enti di Erogazione, che perseguono la propria missione attraverso l’attività erogativa. Tra queste ci sono le Fondazioni private o di famiglia, le Fondazioni d’Impresa, quelle di Comunità ed ancora le Fondazioni di origine Bancaria. La missione di ASSIFERO è quella di diventare il punto di riferimento della filantropia istituzionale in Italia aumentando il numero, la coesione, le risorse e l’impatto degli enti d’erogazione.

L’IMPRESA NO PROFIT

 

 

Nel cammino evolutivo delle organizzazioni no-profit (siano esse associazioni, cooperative, imprese, ecc.) sta emergendo sempre più la necessità di avere come obiettivo primario la creazione del valore sociale, assicurandone al contempo la sostenibilità economica.

 

Per ottenere la massima efficienza (dando per scontato la corretta definizione degli obiettivi “sociali” dell’organizzazione) occorre quindi definire, controllare, coordinare e misurare tutto il processo di creazione del valore che, nell’ambito del valore sociale richiede il trasferimento dei benefici e dei risultati alla collettività.

 

Questo passaggio dal “pionierismo idealistico del fare per dare” all’”organizzazione una struttura efficace per produrre valore sociale” necessita competenze e professionalità spesso carenti nel settore no-profit.

 

Dovendo segmentare la galassia no-profit per poter identificare fattori comuni e specificità seguiremo la divisione tra “micro”, “meso” e “macro” organizzazioni sociali.

 

Dimensione Sociale Soggetti dell’Agire Prodotti intermedi
Micro Persone appartenenza

partecipazione
solidarietà
autogestione

Meso organizzazioni forma organizzativa

network
rappresentatività

Macro sistemi sociali
comunità
fiducia
spazio pubblico

Tabella 1 – Che cosa produce il terzo settore nelle varie dimensioni dell’agire sociale

 

E’ possibile superare i limiti dettati dalle dimensioni fisiche dell’organizzazione attraverso la competenza, la conoscenza, e le abilità, permettendo all’impresa no-profit di produrre risultati oltre la norma.

 

Tra gli obiettivi delle imprese no-profit ricordiamo infatti quelli di produrre:

  • nelle persone/cittadini, un senso di responsabilità verso l’obiettivo;
  • nei sistemi territoriali target degli interventi, un insieme di beni “sociali” che realizzino gli obiettivi “sociali”;
  • nella società, un senso di fiducia e sicurezza del raggiungimento degli obiettivi stessi.

 

Importante quindi non solo cosa produrre ma come produrre, per chi e con chi.

 

Nel creare del valore nelle imprese no-profit  possono essere individuati cinque passi principali che possono essere utilizzati sia come momenti di rilevazione ex-post dell’attività quotidiana, sia come elementi di determinazione di risultati ex-ante a cui fare riferimento nella declinazione dei piani previsionali e operativi.

 

Figura 1 – Lo schema della “Catena di produzione del valore nelle organizzazioni no profit”

 

Considerando che è necessario valutare sia le risorse economico-finanziarie sia quelle del capitale umano, l’utilizzo efficace ed efficiente di entrambe è il primo settore in cui operare con principi di massimizzazione dei ritorni e di controllo dell’esecuzione.

 

Definendo i processi come le attività per ottenere il miglior utilizzo delle risorse messe a disposizione per realizzare “prodotti/servizi” e “risultati”, è evidente come l’applicazione delle metodologie di analisi organizzativa e operativa prima, e quelle di project management poi, possano fare la differenza nel passaggio dalla fase dello spontaneismo tipico del segmento “micro” alla fase dell’organizzazione logistica, produttiva e finanziaria degli altri segmenti.

 

Nelle fasi di realizzazione dei prodotti/servizi e di analisi dei risultati è poi fondamentale coinvolgere i beneficiari, verificando in ogni momento del ciclo di vita del prodotto/servizio la corretta generazione del valore sociale.

 

La verifica del raggiungimento degli obiettivi fissati per ogni attività dell’impresa no-profit consente di mettere a disposizione della fase successiva, quella degli effetti prodotti sull’ambiente circostante da parte dell’organizzazione, metriche e risultati che permettano la realizzazione di quei beni “sociali” e del capitale “sociale” che giustifica l’esistenza dell’impresa stessa raccogliendo nuove risorse per alimentare un successivo ciclo di vita.

 

Si fa sempre più urgente e necessario sviluppare all’interno della impresa sociale un sistema di monitoraggio delle proprie attività che consenta di misurare i beni relazionali e valutare gli effetti prodotti nel contesto socio-economico circostante nei termini di generazione del capitale sociale.

Inoltre i cambiamenti nel sistema di regolazione delle relazioni pubblico-privato e negli schemi di finanziamento dei servizi erogati, già richiede alle organizzazioni no profit la capacità di adottare nuovi modelli organizzativi (sia nei modelli di governance che nei processi di fornitura dei servizi) e processi di innovazione operativa (partnership e sviluppo di network). Tutto ciò richiede capacità di autodiagnosi e pianificazione degli scenari futuri, è quindi convinzione di questa Commissione che le competenze dell’ingegnere sono di indubbio valore per il cammino che le imprese no profit dovranno percorrere negli anni a venire.